Riserva Zompo lo Schioppo

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sentieri
di pietra

InCastro è un viaggio nel tempo e nello spazio che collega i tre comuni di Balsorano, San Vincenzo Valle Roveto e Morino, con la sua Riserva Zompo Lo Schioppo.
Segue vecchi tracciati che attraversano un territorio in cui è ancora possibile leggere i segni di un passato utilizzo da parte di contadini, boscaioli e pastori che, con maestria, hanno contribuito a definire il paesaggio.

Un ambiente vario e di grande bellezza: dagli uliveti che declinano fino alle sponde del fiume Liri che scorre nel fondo valle, fino alle pareti calcaree a strapiombo del Pizzo Deta, dai fitti boschi di faggio all’imponente Cascata dello Schioppo.
Pietre rotolate dai monti, lavorate per costruire case, castelli, chiese, ma anche per ridurre il pendio del terreno da coltivare attraverso i tanti muretti a secco, aie su cui trebbiare il grano, fossi per convogliare l’acqua per irrigare i campi.

Il percorso si sviluppa dal Castello di Balsorano fino alla Riserva di Zompo Lo Schioppo con una lunghezza complessiva di circa 28 km e un dislivello medio di circa 1.000 metri. Lungo il tracciato è possibile ammirare diverse emergenze architettoniche, storico culturali e paesaggistiche.

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itinerari

La persistenza plurisecolare del Castello Piccolomini è dovuta principalmente all’utilizzo della pietra locale, impiegata sia come materiale costruttivo sia come materiale decorativo. La pietra naturale ha una storia antichissima, che risale a circa 3,8 miliardi di anni fa, ed è stata per secoli il materiale da costruzione prediletto per gli edifici. Il marmo, invece, veniva riservato alle architetture monumentali, come dimostrano l’arte e l’ingegneria dell’antica Grecia e di Roma, che ne fecero largo uso. A partire dal Rinascimento, la pietra fu utilizzata con minore frequenza come materiale strutturale, assumendo un ruolo prevalentemente decorativo, spesso con intagli e sculture. Tuttavia, il Castello Piccolomini rappresenta un’eccezione: pur essendo architettonicamente rinascimentale, fu interamente costruito in pietra locale. Edificato inizialmente con funzione difensiva, assunse col tempo un carattere sempre più residenziale, accogliendo famiglie nobili e la corte. Verso la fine del Quattrocento, divenne un simbolo di ricchezza, potere e gusto estetico. Pur mantenendo alcuni elementi difensivi, la sua spettacolarità risiede nell’eleganza e nell’armonia delle forme.
È straordinario pensare come un materiale tanto duro, compatto e freddo possa trasformarsi in una “gemma preziosa”, capace di conferire fascino, mistero e austerità a quello che è considerato il più bel castello d’Abruzzo.

Il castello, edificato nel XIV secolo dai Conti Berardi della contea di Celano, domina come una vedetta la splendida Valle Roveto. Oltre alla sua maestosa imponenza, è noto per la lunga storia di potere e controllo sul territorio, nonché per la figura dell’ultima contessa celanese: Covella (o Jacovella) dei Conti Berardi di Celano. Covella da Celano, a metà del Quattrocento, ereditò la contea alla morte del padre e del fratello. Fu una delle rare donne del tempo a governare una contea, distinguendosi per l’abilità politica e per l’audacia con cui seppe muoversi nei complessi giochi di potere maschili dell’epoca, diventando una figura di rilievo nel panorama politico e sociale del tempo. La sua presenza nel Medioevo destabilizzò e cambiò le sorti della contea, e soprattutto quelle del castello. Per garantire stabilità al proprio dominio, fu costretta a contrarre matrimonio. Dopo due unioni brevi e combinate, trovò finalmente serenità e felicità con Lionello Acclazamurro, nipote di Jacopo Caldora (suo secondo marito). Ma le sventure non tardarono ad arrivare: nel 1458 rimase nuovamente vedova e si ritrovò a governare da sola la contea di Celano, crescendo i tre figli: Pietro, Isabella e Ruggero, detto Ruggerotto. Quest’ultimo, primogenito ma ancora minorenne, rivendicò il diritto alla successione, diritto al quale la madre non voleva anzitempo rinunciare. Da quel momento si aprì una lotta interna tra madre e figlio, che segnò la fine del dominio dei Berardi  e della contea stessa.

Ruggerotto invase la contea di Celano, arrivando persino ad assediare la madre nel castello di Gagliano Aterno, dove si era rifugiata alcuni mesi dopo essere rimasta vedova. Per troncare il conflitto ereditario ed eliminare ogni pretesa, il re Ferdinando d’Aragona, con diploma del 12 febbraio 1463, assegnò la contea di Celano, compresa la baronia di Balsorano, al genero Antonio Todeschini Piccolomini, nipote di papa Pio II. Nel settembre dello stesso anno, a conclusione della conquista manu militari degli aragonesi in Abruzzo, Antonio Piccolomini si recò a Celano per prendere possesso della contea. Mancava però Balsorano: pare infatti che il borgo e il castello fossero ancora in mano a Ruggerotto, che non aveva alcuna intenzione di trattare o cederne il controllo. In questa fase del conflitto tra madre e figlio, le pietre del castello e del borgo medievale furono spettatrici silenziose di lotte, intrighi e guerriglie. Ruggerotto si barricò nel castello, resistendo per sette anni persino all’assedio di Alfonso, duca di Calabria e figlio di Ferdinando d’Aragona fino alla conquista della fortezza da parte di Orso Orsini. Solo tra il 1469 e il 1470, il Piccolomini riuscì a entrare in pieno possesso della rocca e a iniziare la costruzione – parziale o integrale – delle opere murarie del castello, a discapito di quella bella e temeraria contessa Covella, che aveva attraversato il Quattrocento cercando di preservare i propri diritti sulla contea.

La posizione naturale del baluardo e la struttura della costruzione si fondono perfettamente con il paesaggio, corridoio naturale tra l’odierno Lazio e l’Abruzzo. Ah, se queste pietre potessero parlare! Racconterebbero di aver fatto la storia e di aver contribuito alla gloria di questo luogo.

Non è raro, durante l’errare del camminatore o del semplice escursionista o di un qualsiasi amante della scoperta di nuovi o vecchi sentieri, incontrare in valle roveto sia in quota, ma anche a mezza costa, muri realizzati ad opera incerta.

Bassi quasi sempre a ridosso o protezione di rave naturali o accenni di grotta sfuggono quasi all’osservatore come manufatti di origine umana. La semplicità della realizzazione e tante volte ormai completamente riconquistati dalla vegetazione spontanea oppure divelti da elementi naturali sono quasi una conquista per chi cammina studiando chi in ogni passo ricerca il segno del passato

La pietra che diventa riparo, condivisione, comunità, prende un nome quasi dimenticato ma chiaramente stampato nella testa degli anziani, la “mandra”, strutture costruita per dare riparo a pecore, capre e uomini che le accudivano, segno tangibile di quella pastorizia che è stata una delle maggiori risorse per la sopravvivenza della gente italica da tempi remoti e declinata in mille forme dalle più arcaiche alle più recenti, semplici ai limiti di un umile riparo fino a costruzione più complessa a  baluardo di una grotta o di un riparo contro animali pericolosi ma tante volte anche da malintenzionati.

 Ancora ben visibili nel nostro territorio, le mandre erano recinti di pietra, i muri raramente alti più di un metro; il tetto era fatto in rami di ginepro, o quercia proteggevano dal caldo e dal freddo.

Ai primi segni della primavera, i pastori si riunivano di sera per l’organizzazione della mandra, con l’umile ma insostituibile cucina delle donne, straordinarie complici del grande lavoro del pastore, ad accompagnare i discorsi sapienti e già carichi di sacrifici.

Ognuno, secondo le proprie possibilità, organizzava le “morre” (le greggi) per salire sui monti verso le mandre, per assicurare loro erba fresca, e si restava da giugno a ottobre; a detta dei pastori, le “pecura ievene sole” (andavano da sole, conoscevano la strada).

La sera precedente alla salita delle greggi, il povero asino, carico di attrezzi utili per la preparazione nel formaggio e del (poco) cibo per tutti qulli che accompagnavano gli animali, arrancando camminava sui sentieri ripidi, pensando forse alle numerose volte che avrebbe ripetuto lo stesso tragitto.

Nella mandra si mungevano pecore e capre, tutti insieme, il latte veniva misurato con il litro, il mezzo litro e un quarto di litro, contenitori fatti di latta; in base al latte prodotto, si assegnavano a ciascun pastore le giornate a supervisione della mandra. Il primo formaggio prodotto (insaglie) veniva offerto per le feste del Santo Patrono quale forma di ringraziamento per la protezione accordata ai pastori e alle greggi.

I valori della nostra civiltà contadina erano tutti lì concentrati, nella mandra: onestà, amicizia, solidarietà e rispetto gli uni verso gli altri, unità nel condividere sacrifici e speranze. I pastori, tutti insieme, sono stati custodi delle nostre montagne, oltre che delle loro greggi, e ci hanno consegnato un passato fatto di storie dure, come la pietra, ma anche ricche di emozioni e magia.

Poligoni irregolari, cerchi incerti, vie di collegamento.
Un diagramma di flusso complesso, ma chiaro nella mente figurativa di chi ha tratto vita da queste terre, ma non è su carta, è una impronta digitale sul territorio simile a tutto il resto unica come ogni essere come ogni cosa nel creato. Nelle carte del catasto l’ara, elemento a sé stante in mezzo a ad un mosaico di numeri diversi, è il centro pulsante di mille anni di storia, di fatica, di ricerca, di studio inconsapevole che la posiziona, solo con l’esperienza e l’osservazione, in punti particolari e solo in quelli, perché il lavoro manuale è prezioso e le risorse non si sprecano.

Li dove c’è più esposizione al vento o dove sono a portata le pietre migliori, letti formati da mattonelle irregolari di arenaria, calcare, qualche mattone di risulta, rare puddinghe impossibili da addomesticare nonostante la saggezza degli antichi, si aprono in mosaici fantasiosi dove ormai erba e arbusti si insinuano interrompendo l’originario profilo piatto necessario per separare il grano dalla pula, i legumi dai baccelli. Dall’alto quelle rare strutture ancora visibili sono granelli ormai immersi nel verde fitto delle nostre boscaglie; eppure, basta prestare un po’ più di attenzione e tutta la forza con cui uomo e roccia hanno modificato il territorio ancora si oppone alla inesorabile natura che lentamente e saggiamente si riprende tutto quello che ci aveva dato in prestito.

Camminare nelle mulattiere che uniscono le are è viaggio tra spazio e tempo, tra ricordi ancestrali e necessità di riscoperta di un territorio e di quegli speciali punti cardine attorno ai quali tutta una cultura e una socialità hanno germinato e si sono sviluppate e ‘l’ara’ è una delle insorgenze più evidenti della antropizzazione che specializza spazi per alcune funzioni peculiari nelle zone rurali.

Nell’ara si concentrano alcuni lavori fondamentali come la trebbiatura manuale o la lavorazione dei legumi ma soprattutto diventano spazi di socialità per gli adulti e di gioco per i più piccoli.
Esse sono una presenza costante nelle nostre contrade, nomi fantasiosi ed evocativi, qualche volta ai limiti della burla altre volte così caratterizzati da un evento o da un protagonista da diventare quasi dei modi di dire, patrimonio condiviso e trasmesso tra le generazioni.

L’ara è una speciale macchina antropologica, perno di tutta la vita contadina dei nostri paesi pedemontani nei secoli passati e fino quasi ai nostri giorni. Camminare tra di esse su quelle particolari linee di unione: pietre che allargano lo spazio pietre che delimitano uno spazio, mani di generazioni a curare, migliorare, creare nuove strutture, a noi una eredità fatta di fatica e sudore, di amore e tenacia a noi il compito di trovare dentro di esse una possibile strada per il loro e nostro futuro.

Storia di pietra, l’acqua modella la pietra, la pietra mette in ‘forma’ l’acqua.

Forza e tecniche ancestrali, conoscenza del territorio e necessità vitale di acqua.
Abbondante, sempre, nelle nostre valli, decisa, comunque, a non farsi imbrigliare molto facilmente.
All’occhio del viaggiatore attento chiara la posizione dei paesi in punti strategici dove sorgenti, torrenti e fossi sono a portata di conca. E accanto, o attraverso, quelle che possiamo suppore medioevali risultanze di fortificazione emergono vie la cui toponomastica conserva una traccia indelebile: via della fonte, via Liri, via mola.

Ogni paese ha le sue strade, molte, allora ma anche adesso, conducono inequivocabilmente verso il prezioso elemento. Secoli di lavoro per portare l’acqua laddove servisse hanno contribuito a modellare quel territorio geologicamente così complicato che è la Valle Roveto. Territorio nel quale l’instabile e giovane arenaria da fondovalle su per le colline permette sì di avere fonti carsiche in alto pronte ad essere sfruttate, ma costringe continuamente l’ingegno a trovare vie, tecniche, compromessi con il territorio.

Muri di contenimento, sbarramenti, deviazioni, terrapieni, mostrano quanto sia stato sorprendente l’aiuto della pietra, una sopra l’altra, una a fianco all’altra, essa ha permesso all’abitato di Castronovo di avere, caratteristica unica nel panorama della Valle Roveto, 2 canalizzazioni derivate dai 2 contigui affluenti del Liri a propria pertinenza. Un ideale abbraccio che ha dato possibilità ai nostri avi per secoli di curare orti, bestiame, igiene, ingegno, determinazione, forza e tecnica.

I fossi di comunità oggi sono un patrimonio da conservare, una scoperta da fare, una meraviglia da ricordare, una presenza silenziosa e confortante da condividere.
I fossi di comunità. Una presenza discreta, acqua che diventa musica tra le mura del borgo, acqua che diventa storia lungo le canalizzazioni che risalgono verso le sorgenti, al camminatore che si avventura lungo i canali essa racconta secoli di fatica di storie di genti.

Il sentiero comincia a salire tra il bosco misto, area ricca di piante officinali e frequentata da sempre dai monaci dell’Abbazia di Trisulti come luogo di raccolta di erbe. Si raggiungono poi castagneti, da legno e da frutto, e a seguire la faggeta, in cui è possibile vedere numerose sorgenti tra i grandi massi che si sono staccati dalle pareti di roccia. Oltre a questi massi, in prossimità dell’abitato di Rendinara, è possibile notare un sistema di muretti a secco, che un tempo delimitavano aree coltivate e oggi sono completamente ricoperti di muschi e licheni.

I faggi si accrescono con forme fra loro diversissime a seconda che siano esemplari isolati, patriarchi del bosco dal fusto colonnare, o piante ceduate che, sottili e fitte, si dipartono da un’unica ceppaia. 
A Morino il bosco ha da sempre rappresentato un’importante risorsa economica, dai maestri d’ascia che tagliavano gli alberi per realizzare le traversine della ferrovia, ai carbonai che producevano carbone, “energia trasportabile e commerciabile”.

Il comune di Morino ha attivato il progetto ForestiAmo che mira a valorizzare la “multifunzionalità dei boschi”, attraverso la gestione integrata di produzione sostenibile di beni e utilità ecosistemiche, tutela paesaggistica e valorizzazione turistico-ricreativa-sociale delle foreste.

Itinerari e sentieri

Nella Riserva e nella sua fascia di protezione esterna vi sono aree sosta e sentieri che ricalcano antichi tracciati per le attività agro-silvo-pastorali, altri più prettamente escursionistici.

Rifugi escursionistici

Rappresentano la tipologia di ricettività maggiormente caratteristica. Ubicati in una fascia altimetrica tra i 700 e i 1000 metri, sono accessibili attraverso una comoda strada sterrata.

Strutture ricettive

Nei pressi della Riserva trovi varie strutture, dai B&B e Case vacanze per chi ama la dimensione del paese ai campeggi e agriturismi per chi vuole immergersi nella natura del territorio.

Se sei un viaggiatore che vuole davvero esplorare e vivere l’ambiente, allora il Turismo responsabile della Riserva fa per te: un nuovo, più etico e coinvolgente modo di intendere la visita del territorio che regala esperienze uniche ed emozionanti, in totale armonia con la natura.